Queste righe analizzano criticamente il modo in cui la perizia Testi è stata nel tempo recepita e utilizzata nel dibattito giudiziario e pubblico. L’attenzione si concentra sullo scarto tra il contenuto effettivo della relazione, caratterizzato da cautele metodologiche, limiti dichiarati e assenza di conclusioni definitive, e la sua successiva rappresentazione come prova univoca e risolutiva. Attraverso una lettura attenta della struttura della perizia originale, e in particolare dei passaggi in cui la stessa riconosce l’impossibilità di escludere scenari alternativi, si mette in luce un processo di selezione interpretativa che ha privilegiato alcuni elementi a scapito di altri. Ne emerge una riflessione più ampia sul rapporto tra sapere tecnico e decisione giudiziaria, e sul rischio che la complessità della prova scientifica venga ridotta a strumento di legittimazione di narrazioni già consolidate.
Il primo aspetto rilevante è come per molti questa perizia Testi continui a essere considerata inattaccabile e praticamente presentata come una prova regina, definitiva, capace da sola di chiudere ogni spazio di dubbio contro Alberto Stasi, spesso citata come una sorta di pilastro tecnico a cui aggrapparsi per non rimettere in discussione l’impianto accusatorio. Nei dibattiti, nei resoconti giornalistici, perfino nelle conversazioni tra addetti ai lavori, il riferimento alla perizia si è spesso ridotto a un passaggio rapido, a una formula che da l’impressione di chiudere la questione.
Ma questa solidità percepita nasce più dal modo in cui la perizia è stata raccontata che da ciò che realmente dimostra. Basterebbe infatti leggerla con attenzione, approfondendola dal punto di vista scientifico e metodologico, per accorgersi come in realtà quella che viene descritta come una certezza, contenga in realtà una costruzione che contiene una serie di fragilità intrinseche, certamente lontane dal superare qualsiasi soglia di ragionevole dubbio.
Innanzitutto, il discorso pubblico si è concentrato ossessivamente su un solo elemento, la percentuale di certezza, come stima di probabilità di calpestamento delle tracce di sangue, trasformata in slogan tecnico e ripetuta come fosse una verità autoevidente. La perizia Testi che ha considerato il calpestamento di due gradini non ha fatto che aumentare ulteriormente delle percentuali probabilistiche già estremamente elevate che praticamente già non mettevano in dubbio questo punto. La narrazione condivisa avrebbe evidenziato come l’analisi che comprendeva il calpestamento dei due gradini sarebbe stato l’elemento chiave per escludere ogni possibilità di non calpestamento e di conseguenza la certezza assoluta del fatto che Stasi mentiva. Ma proprio questo modo di raccontare la perizia rischia di essere un trucco narrativo per evitare di leggerla e capirla: spostare l’attenzione su questo numero significa allontanarla dai fatti e dai passaggi argomentativi, che costituiscono l’ossatura reale del documento.
Eppure, basta aprire le pagine della stessa Perizia Testi, leggendole con un minimo di attenzione e qualche capacità tecnica per accorgersi che il documento è fatto di altro. La percentuale non è il cuore della relazione, ma una delle tante articolazioni di un ragionamento più ampio, che procede per compatibilità.
Uno dei primi elementi che emergono con chiarezza è la continuità con le evidenze sperimentali precedenti. La perizia Testi non smonta quanto era già stato osservato nella perizia del 2009 in tema di dispersione del sangue, pulizia delle suole, trasferimenti disomogenei sui tappetini. Al contrario, ne assume alcuni presupposti come dati acquisiti. La possibilità che il sangue venga cancellato o reso non rilevabile a seguito di normali attività di deambulazione non viene negata, né ridimensionata. Rimane sul tavolo come possibilità concreta, sperimentalmente osservata. Eppure, nella lettura giudiziaria successiva, questo dato sembra evaporare, come se non fosse mai stato scritto.
Ma è la stessa perizia Testi che nero su bianco ammette che non esiste alcuna possibilità scientifica di escludere la cancellazione del sangue nelle diciannove ore successive al delitto, prima della consegna delle scarpe agli inquirenti. Un’affermazione che da sola basterebbe a ridimensionarne drasticamente il valore probatorio. Basta leggerla con attenzione, dal punto di vista scientifico e metodologico, per accorgersi che quella che viene raccontata come una certezza non supera affatto il ragionevole dubbio, e che la sua presunta solidità è più narrativa che scientifica.
È importante leggere le pagine 135-136 infatti per accorgersi come la stessa relazione introduca questa frenata significativa. Lì viene detto in modo esplicito che non è possibile giungere a conclusioni definitive. I risultati ottenuti, si precisa, non consentono di escludere con certezza scenari alternativi e non permettono di attribuire un valore risolutivo alla presenza o all’assenza di determinate tracce, un documento che ammette di non poter arrivare a un punto fermo finisce per essere utilizzato come se quel punto fermo lo avesse invece raggiunto.
Sulle scarpe:
‘’D’altro canto, come prima esposto, la capacità delle scarpe indossate dall’imputato di trattenere delle tracce di sangue dopo avere calpestato delle tracce di sangue umido o anche secco, in termini generali dimostrata in ogni sperimentazione eseguita nel corso delle consulenze e perizie fin qui svolte, perde molto del suo significato ai fini della comprensione della vicenda oggetto del processo se le scarpe vengono esaminate dopo che hanno camminato distanze anche considerevoli su diversi terreni per non dire se si ipotizzano condizioni limite come il fatto di camminare su un prato bagnato, chiaramente in grado di lavare qualsiasi traccia di sangue in pochi passi.
Le molteplici variabili che si possono ipotizzare sulle attività svolte dall’imputato prima del sequestro delle scarpe, rendono quindi comunque discutibile qualsiasi valutazione sulla assenza di sangue sulla suola delle scarpe.’’ Perizia Testi Pag.135-136.
Sui tappetini:
‘’Ci pare che lo studio dei dati circostanziali, però, indichi una evidenza che certamente può avere un maggiore significato per la comprensione della vicenda: se, infatti non è dato sapere cosa abbiano calpestato le suole delle scarpe dell’imputato dal momento in cui sarebbe entrato in casa Poggi e trovato la fidanzata uccisa a quello in cui sono state sequestrate le scarpe che avrebbe avuto indosso, è però pacifico che subito dopo avere percorso avanti e indietro il pavimento sporco di sangue, egli è salito sulla sua autovettura per recarsi dai Carabinieri.
È assai probabile, quindi, che se le scarpe si fossero imbrattate di sangue o anche solo avessero raccolto delle piccole particelle di sangue già secco, vi sarebbe stato un trasferimento delle stesse sul tappetino dell’automobile, che è costituito da un materiale simile alla moquette, particolarmente idoneo a trattenere sangue o, comunque, qualsiasi particella solida e che, inoltre, tende a trattenere qualsiasi traccia per periodi assai lunghi, almeno fino a che non sia opportunamente lavato.
In considerazione anche del fatto che nelle precedenti consulenze e perizie molto è stato fatto per studiare la deposizione di sangue sulle scarpe, ci siamo soffermati maggiormente sui tappetini.
Certamente le prove empiriche condotte nel corso delle operazioni peritali, sebbene non in grado di fornire risultati cui poter dare un valore assoluto, ritengo abbiano fornito dati di interesse ed utili ad una migliore comprensione del caso. Perizia Testi Pag. 136.
Possiamo a questo punto riassumere le conclusioni della Perizia Testi in questi punti principali:
- Era impossibile per Stasi non calpestare delle tracce di sangue nel percorso che ha dichiarato di aver compiuto quando avrebbe scoperto il cadavere di Chiara Poggi.
- La maggior parte delle macchie di sangue, considerando l’orario della morte precedente alle 9:30 dovevano essere secche, soltanto alcune zone di colatura più ampia potrebbero essere state non completamente essiccate o in stato gelatinoso.
- Non è stato compito della perizia Testi stabilire quale tipologia di macchie di sangue siano state calpestate se completamente secche oppure no, le probabilità di calpestamento si riferiscono alle macchie di sangue in generale indipendentemente dal fatto che il loro stato fosse secco o meno.
- Benché le scarpe di Stasi non presentassero tracce di sangue quando sono state sequestrate 19 ore dopo il suo presunto ingresso in casa, non è possibile trarre alcuna conclusione a causa delle molteplici variabili in gioco. Il sangue avrebbe potuto cancellarsi semplicemente camminando sull’asfalto, su altre superfici, tra cui l’erba bagnata (ricordiamo che Stasi rimase davanti alla casa nel pomeriggio del delitto sull’asfalto riscaldato dalle temperature estive e camminò sull’erba bagnata forse uscendo da casa Poggi quando scoprì il cadavere e certamente la mattina successiva al delitto nel giardino della sua casa insieme ai Carabinieri). Benché le scarpe di Stasi non presentassero tracce di sangue quando sono state sequestrate 19 ore dopo il suo presunto ingresso in casa, non è possibile trarre alcuna conclusione a causa delle molteplici variabili in gioco.‘’Le molteplici variabili che si possono ipotizzare sulle attività svolte dall’imputato prima del sequestro delle scarpe, rendono quindi comunque discutibile qualsiasi valutazione sulla assenza di sangue sulla suola delle scarpe.’’ Perizia Testi Pag.135-136
- Le prove effettuate sui tappetini dell’auto calpestati da Stasi nel suo percorso verso la stazione dei Carabinieri pochi secondi dopo il ritrovamento del corpo di Chiara Poggi sono in numero insufficiente (otto test) per offrire un contributo scientifico certo, inoltre i test sono risultati negativi almeno in una prova su otto (pari al 87%). Proprio per questo la stessa perizia è molto cauta: ‘’Certamente le prove empiriche condotte nel corso delle operazioni peritali, sebbene non in grado di fornire risultati cui poter dare un valore assoluto, ritengo abbiano fornito dati di interesse ed utili ad una migliore comprensione del caso.’’ Perizia Testi Pag.136
- La perizia infine dice di aver effettuato i test in modo conservativo utilizzando tappetini morbidi, seduta simulata sull’auto e attesa di giorni in condizioni di pioggia prima di effettuare i rilievi: ‘’L’esperimento è stato condotto in modo, riteniamo, estremamente conservativo. Si sono utilizzati tappetini morbidi (tipo moquette), quindi meno abrasivi e, dopo il passaggio sul sangue già essiccato, si è avuta cura di minimizzare il contatto tra la suola della scarpa e il tappetino, in modo analogo a quanto avviene per un soggetto che sale in automobile. I tappetini sono stati poi montati su delle automobili, al posto di guida, ed utilizzati per 4 giorni, nel corso dei quali, tra l’altro, vi sono state forti piogge’’. Perizia Testi Pag.145. Su questa tesi dei test conservativi chi scrive è costretto a dissentire fortemente, purtroppo i test non sono stati effettuati in nessun modo conservativo ci sono i seguenti elementi che lo dimostrano:
- Tappetini usati e sporchi nella macchina di Stasi con strato di sporco che poteva trattenere le tracce. Tappetini nuovi e puliti usati nei test.
- Materiale differente dei tappetini, i tappetini originali presentano un pad di plastica nella zona principale di appoggio del piede mentre 7 tappetini su 8 usati per le prove erano interamente in moquette (come è stato possibile???)
- La camminata degli esperimenti è avvenuta per 25 metri sul linoleum, superficie molto liscia anziché simulare le condizioni originali (pavimento, erba probabilmente bagnata, asfalto)
- Il fatto minimizzare il contatto tra la suola della scarpa e il tappetino, in modo analogo a quanto avviene per un soggetto che sale in automobile non ha in nessun modo ripetuto il gesto di chi sale in automobile che avrebbe potuto praticamente non appoggiare il piede sul tappetino se non nella zona del tacco.
Alla luce di quanto evidenziato nella perizia stessa stridono le conclusioni finale che troviamo qualche pagina più avanti, conclusioni che sembrano estratte dal contesto che le ha generate e lette come se non fossero la naturale, quasi inevitabile, sintesi di tutto ciò che precede. A guardare il testo con attenzione, quelle conclusioni sono solo una delle possibili letture del materiale raccolto, e restano in tensione con le cautele metodologiche che la stessa perizia espone con chiarezza. Il risultato è uno slittamento, cioè di un documento che ammette di non poter arrivare a un punto fermo finisce per essere utilizzato come se quel punto fermo lo avesse invece raggiunto.
Conclusioni perizia Testi Pag.152: In particolare si è evidenziato che dopo avere calpestato delle tracce di sangue, sia umide che secche, le suole delle scarpe hanno captato particelle ematiche tanto da risultare costantemente positive al luminol nelle diverse ripetizioni, ed inoltre sono state in grado di trasferire parte del materiale ematico ai tappetini d’auto calpestati sperimentalmente. Perizia Testi Pag. 152
Come se le conclusioni descrittive si riferissero a quando misurato nel limitato numero di prove senza ripetere però in questa fase le stesse cautele che erano state evidenziate nel corpo del documento.
Alla luce degli approfondimenti e della lettura del documento non si può che concludere che la questa perizia deve essere considerata un contributo illustrativo, non certo un elemento scientifico decisivo (come peraltro la stessa perizia afferma).
È proprio in questa distanza tra le conclusioni della perizia e quelle della sentenza di condanna che si insinuano i sospetti di interpretazione, che non assumono mai toni clamorosi né forme facilmente smascherabili. Non c’è nulla di apertamente artificioso o forzato. Il movimento è più discreto, quasi naturale. Alcuni dati vengono fatti avanzare, illuminati con insistenza, mentre altri restano ai bordi del discorso, come se avessero un peso minore o fossero semplici note a margine. Le conclusioni tornano più volte, vengono ripetute e ribadite, mentre il tragitto che dovrebbe condurre a esse rimane spesso implicito, raramente percorso fino in fondo. Eppure, nella pratica della scienza sperimentale, una conclusione non dovrebbe vivere mai isolata. Il suo senso è inseparabile dalle condizioni che l’hanno generata, dai vincoli che la delimitano, da quella quota di precarietà che ogni procedura di verifica porta con sé e rende impossibile eliminare del tutto.
La domanda, a questo punto, nasce quasi da sola e non ha un tono polemico, ma stupito. Come è possibile che una relazione così discussa sia stata, nei fatti, così poco frequentata nel suo insieme? Come è possibile che per anni si sia parlato di quella perizia senza entrare davvero nel suo tessuto argomentativo, senza fermarsi sulle pagine in cui gli stessi periti ammettono di non poter arrivare a conclusioni definitive? È difficile pensare che si tratti solo di distrazione. Più plausibile è che quel modo di raccontarla fosse comodo, funzionale a una narrazione già avviata, rassicurante nella sua semplicità.
Arriva un punto, nei procedimenti complessi, in cui la questione smette di riguardare la prova in sé e si sposta sul modo in cui quella prova viene fatta circolare. Non tanto se venga falsificata o negata apertamente, quanto piuttosto come venga ridotta, resa maneggevole, adattata a un racconto che ha bisogno di essere lineare. È in questo spazio intermedio che si colloca la vicenda della perizia Testi, lontana dall’errore clamoroso ma immersa in una zona più ambigua, dove il sapere tecnico viene usato in modo selettivo, senza essere davvero discusso fino in fondo.
Da qui si apre una questione che non riguarda più solo questo caso. Nei processi articolati, prima o poi, il problema non è ciò che una prova dice, ma come viene tradotta nel discorso pubblico. Non attraverso una riscrittura esplicita, ma mediante una scelta silenziosa di cosa far emergere e cosa lasciare sullo sfondo. Alcuni passaggi vengono citati, altri semplicemente smettono di essere ricordati. Alcune frasi assumono un peso sproporzionato, mentre altre, magari più caute o più problematiche, restano ai margini. È attraverso questi piccoli spostamenti, quasi impercettibili, che la perizia Testi ha cambiato progressivamente statuto, trasformandosi da documento complesso e interrogativo in una certezza percepita. Ed è forse proprio lì che avrebbe senso tornare, rileggendo con calma ciò che per anni è stato trattato come se fosse già definitivamente chiarito.
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